L’alluvione del 1951 – Ricordi di un ragazzo in lotta col Fiume

L'alluvione del 1951 - Ricordi di un ragazzo in lotta col Fiume

1951, Cronistoria del Terrore – Ricordi di un ragazzo in lotta col Fiume. DOCUMENTO INEDITO scritto da Sandro Mantovanini basato su una Memoria verbale del cugino Claudio (Ficarolo 1931 – Milano 2020)

Mi chiamo Claudio Mantovanini. Sono nato a Ficarolo nel 1931.
Da bimbo sentivo raccontare dai vecchi quello che nel 1929 era stato un inverno straordinariamente freddo, tanto che gelò il Po. Un tale – mi raccontavano – lo aveva attraversato a piedi tenendo addirittura alla briglia un cavallo che trainava un carretto. Già questo evento secolare della gelata del fiume era sufficiente a rendere quell’anno memorabile. Pochi lo sanno, ma il 1929 era stato anche l’anno di una piena storica del Po; a memoria d’uomo non si ricordava nulla del genere. L’acqua era arrivata a lambire la sommità dell’argine al punto che sulla stradella sovrastante era stata allestita una piccola diga al fine di scongiurare l’esondazione delle acque. Dopo tale episodio, nel froldo a protezione del paese era stata innalzata l’arginatura di oltre un metro; inoltre, a lato di una delle gradinate che scendevano al fiume, era stato inserito un blocchetto di marmo a ricordo della massima piena raggiunta nell’occasione dal fiume. Da allora, tutte le volte che il Po si gonfiava, eravamo di sicuro tranquillizzati dal fatto che il livello dell’acqua se ne rimanesse al di sotto di quello raggiunto nel ‘29.

Ma nel 1951, le cose andarono diversamente. Domenica 11 novembre, come tanti miei compaesani, sono andato sull’argine che sovrasta la piazzetta del fotografo perché il Po era in fase di decisa crescita e mi piaceva ammirare, con giovanile incoscienza, lo scorrere impetuoso delle acque che, a quel momento, non preoccupava nessuno poiché il livello raggiunto era ancora ben lontano dalla pietra di paragone del ‘29.

Lunedì 12, il Po continua a crescere. Ora, il livello si sta avvicinando, minaccioso, a quel critico riferimento.


Martedì 13 il fiume ha purtroppo raggiunto e superato il record del 1929, ma in paese, stranamente, pare non esserci seria preoccupazione. Come di consueto, il martedì sera al Cinema Grandi è prevista la proiezione di un film e io, come molti altri, vado ad assistere allo spettacolo. La sala è frequentata dai soliti noti. Alla fine della proiezione, prima di rincasare, faccio una capatina sull’argine, richiamato anche dall’incombente e insolito rumore dell’acqua che regna sul paese.
Rimango allibito: il fiume è in costante crescita!


Mercoledì 14, alle 6, mi alzo un po’ in anticipo rispetto al solito per andare a controllare quale sia lo stato del Po dopo la nottata: Santo cielo, è cresciuto ancora!! Forse per rimuovere inconsciamente il problema, decido di prendere comunque la corriera per recarmi a scuola a Ferrara come gli altri giorni. Alle 10,30 però il bidello viene ad avvertire che il Preside ha ricevuto dall’autorità un avviso di pericolo e che, pertanto, autorizza gli allievi che lo desiderino ad anticipare l’uscita da scuola. Decido di accogliere tale licenza anche perché, oramai, il mio pensiero è diventato uno solo: il Po.

Ore 11. Sono sulla corriera in partenza per Ficarolo.

Alle 11,30, superato il ponte che unisce Pontelagoscuro e Santa Maria Maddalena, al torpedone viene impedito di proseguire sul classico tragitto arginale (la strada per Ferrara allora era quella) e viene di conseguenza deviato su un’arteria bassa la quale si dimostrerà essere poco più che una stradella bianca sgusciante tra i poderi.

Ore 12. Dopo qualche chilometro il motore della corriera si blocca per un guasto. Siamo in aperta campagna: ci mancava anche questa! Ritengo, col senno di poi, che la nostra sosta forzata fosse esattamente dirimpetto al punto in cui, poco più tardi, l’argine sarebbe collassato. Tutti i passeggeri a quel punto scendono. Di lì a poco, un camionista di passaggio ci fa salire sul cassone del mezzo cosicché il nostro avventuroso viaggio riprende in direzione Ficarolo, dove giungiamo all’ora di pranzo per quella che sarà solo una fugace formalità.

Alle 14 mi alzo da tavola e m’involo di gran carriera verso l’argine, nei pressi della citata piazzetta. Molti sono già lì. Facce lunghe, serie. Altri, nel frattempo, si uniscono a noi e si decide di adoperarci per tentare di porre qualche rimedio dell’ultim’ora. Purtroppo si tratta di persone dotate più di buona volontà che di forza fisica o di resistenza per un’insolita e disperata sfacchinata. Sono tutti artigiani, studenti o impiegati. Il compito è assai gravoso, trattandosi di riempire sacchetti di iuta con della terra scavata dalla porzione basale delle banche per poi portarli, con ammirevole zelo, sulla sommità dell’argine che s’affaccia all’acqua. A questo fine, si è tentato di utilizzare i badili prelevati dal vicino magazzino idraulico sito nei pressi dello zuccherificio ma non si è potuto fare molto giacché i manici erano tarlati e si spezzavano; si è ricorso allora ad attrezzi personali, portati da casa dai volontari.

Ore 18, ormai è sera. Si continua a lavorare alla luce di torce prelevate dallo stesso magazzino. La fatica è tanta, particolarmente per persone non abituate a quel genere di lavoro e così, l’uno dopo l’altro, tutti abbandonano il lavoro per un momentaneo rientro a casa per rigenerarsi un po’ e per mangiare qualcosa. La migrazione non ha sosta per cui, a un certo momento, m’accorgo di essere rimasto solo. Mi siedo sconsolato su una mota ad giaréla nei pressi della Coronella e ceno con il pane e formaggio messi in tasca qualche ora prima. Dopo pochi minuti, nel buio serale, vedo avanzare un tale che tiene alla cavezza due asinelli i quali, pur con qualche difficoltà, trainano due carretti stracarichi di suppellettili. Qualcuno comincia ad organizzarsi per un trasloco prevedendo ormai il peggio.

Verso le 19,30 tornano per fortuna al lavoro quanti lo avevano lasciato per la sosta a casa: Avanti ragazzi! dai che riprendiamo ad alzare questo benedetto argine!

Ore 20,30. Se durante la giornata la corrente del fiume era stata molto lenta, quasi nulla, d’un tratto questa si velocizza alquanto e tutti intuiscono che ciò può essere dovuto solo al fatto che il fiume non incontra più resistenza al deflusso avendo rotto gli argini a valle di Ficarolo. Circolano le voci più disparate sul “dove” sia successo il tracollo ma in breve, non so perché, prevale l’ipotesi Occhiobello. Il livello dell’acqua cala velocemente. Ugo Melloni, ufficiale di posta, si mette all’opera col telegrafo e in breve ne ha conferma.
A Occhiobello, un tratto d’argine è collassato e l’acqua ora dilaga nelle campagne!

Quello che per Ficarolo e i ficarolesi potrebbe sembrare un pericolo quantomeno scongiurato, si ripresenta invece sotto diversa e inaspettata forma, ma altrettanto spaventosa: l’aumentata velocità della corrente fa sì che la pur sommersa isola del curvone della fabbrica funga da trampolino per l’imponente e veloce massa d’acqua la quale, ricadendo, crea una vistosa onda ritmica che s’infrange sull’argine compreso fra la piazzetta del fotografo e l’allora Casa di Cura. La stretta boschina lì presente viene totalmente sradicata in un attimo e l’argine stesso è interessato da piccoli smottamenti qua e là. Quasi non bastasse, l’energia elettrica, in quel preciso momento, viene a mancare – forse qualche cabina elettrica sul territorio circostante è stata inondata – e il buio nel quale d’improvviso si spegne tutto il paese amplifica il senso di tragedia incombente che già si è impadronito della gente. L’angoscia e l’impotenza la fanno ormai da padrone e tutti si aspettano, terrorizzati, l’arrivo dell’acqua.

Ore 22. Per la prima volta, a mia memoria, le campane suonano “a martello” per richiamare in piazza la gente!

Fino a questo momento non ero mai stato preso da un vero senso di paura, ma ora le cose vanno mettendosi davvero male, almeno così la vivo. Arrivo in piazza dove già si stanno radunando molte persone e vedo un Carabiniere intento a richiamare l’attenzione della gente; forse si tratta del comandante della locale stazione dell’Arma. Dal rialzo del sagrato della chiesa egli invita tutti a pazientare poiché di lì a pochi minuti deve fare un
importante annuncio alla popolazione.

L’attesa mi provoca un indicibile stato d’ansia. Alfine, dopo dieci interminabili minuti, arriva questo benedetto comunicato: “Gente, qui la situazione è oltremodo grave! Consiglio pertanto ad ognuno di voi di lasciare subito il paese per portarsi in zona meno esposta al pericolo d’inondazione“.

In teoria il ragionamento non fa una piega – penso io – per cui chiedo al Carabiniere: «ma “dove” dobbiamo andare? e con quali mezzi?». “Con mezzi propri” è la lapidaria risposta! Ed ha termine lì la pubblica riunione, fra lo sgomento di tutti.


«Mah! muoversi di notte? al buio? per andare dove? a piedi o in bicicletta? in condizioni come queste?» Che Dio ce la mandi buona!»


E in effetti andò proprio così; solo la Provvidenza, in quel frangente, aiutò Ficarolo e i ficarolesi.

Condividi con
Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su email

Una risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli